Migliaia di lingue in via d’estinzione per salvarle siti e giochi sul web

maggio 9th, 2012 | abbey

Tratto da repubblica.it
 

Ogni 14 giorni muore un idioma e, di conseguenza, una cultura. Ma esistono comunità che chiedono aiuto alla tecnologia. E’ il caso del Ktunaxa, parlato da una tribù di nativi dell’America nord-occidentale, e di tante altre

 

Migliaia di lingue in via d'estinzione per salvarle siti e giochi sul webESISTE una lingua parlata solo da dodici persone. O meglio: esiste una lingua, antichissima e senza legami con altre lingue esistenti, che combatte l’estinzione con le armi della globalizzazione. Si tratta del Ktunaxa, parlato da alcune tribù di nativi che abitano nell’America nord-occidentale, tra il Montana, l’Idaho e la Columbia Britannica.

Secondo un censimento del 1990 i parlanti Ktunaxa erano poco meno di 400, ma i dodici che ne conservano strutture e lessico intatti appartengono soprattutto alla vecchia generazione. E nessun altro al mondo è capace di parlarlo. Il rischio è quello che, come successo al Kamassino (parlato fino a 30 anni fa in Russia, sui monti Urali) e a tante altre, la lingua possa estinguersi con la morte degli ultimi anziani.

Alcuni membri della comunità hanno così deciso di utilizzare la tecnologia per combattere questo pericolo. Stanno caricando su internet registrazioni, giochi interattivi per bambini e altro materiale trascritto da rendere fruibile a chiunque voglia imparare il Ktunaxa. Ci sono addirittura corsi di laurea online per gli adulti desiderosi di riscoprirlo.

La soluzione sembra delle più sensate visto che i giovani membri della comunità sono tutti nativi digitali. Grazie alla Rete poi, il materiale caricato è accessibile a chiunque, in qualunque posto si trovi. “Se non avessimo agito – spiega Marisa Philips, una delle ‘conservatrici’ – avremmo rischiato di perdere, non solo la nostra lingua, ma anche la nostra identità di nazione e popolo

La comunità, composta da circa 2000 persone, cerca così di riuscire dove altri hanno fallito. Quella zoan d’America è stata infatti la tomba di numerose altre lingue indigene. “Cerchiamo di essere all’avanguardia e di pensare alle possibili cose da fare nel futuro per continuare a preservare la nostra cultura”, afferma Don Maki, il direttore del consiglio nazionale.

E il Ktunaxa non è l’unica lingua che vede nella tecnologia una via di salvezza dall’estinzione. Esiste un’applicazione per iPhone che insegna la pronuncia delle parole in Tuvan, lingua di una popolazione nomade che vive tra Mongolia e Siberia. Per il Siletz Dee-ni (degli indiani d’America dell’Oregon) e per altre sette lingue in pericolo di estinzione, David Harrison, professore di linguistica allo Swarthmore College in Pennsylvania , con la collaborazione dei madrelingua ha prodotto e pubblicato sul web otto dizionari ‘parlanti’.

Secondo la rivista National Geographic ogni 14 giorni muore una lingua. Tra cent’anni potrebbero essere scomparse la metà delle oltre 7000 lingue parlate oggi nel mondo, con la conseguente perdita di migliaia di culture. La tecnologia, accusata di uccidere le diversità, forse è l’unico modo per salvarle.

Being bilingual ‘boosts brain power’

maggio 1st, 2012 | abbey

Learning a second language can boost brain power, scientists believe.

The US researchers from Northwestern University say bilingualism is a form of brain training – a mental “work out” that fine-tunes the mind.

Speaking two languages profoundly affects the brain and changes how the nervous system responds to sound, lab tests revealed.

Experts say the work in Proceedings of the National Academy of Sciences provides “biological” evidence of this.

For the study, the team monitored the brain responses of 48 healthy student volunteers – which included 23 who were bilingual – to different sounds.

They used scalp electrodes to trace the pattern of brainwaves.

Under quiet, laboratory conditions, both groups – the bilingual and the English-only-speaking students – responded similarly.

But against a backdrop of noisy chatter, the bilingual group were far superior at processing sounds.

They were better able to tune in to the important information – the speaker’s voice – and block out other distracting noises – the background chatter.

‘Powerful’ benefits

And these differences were visible in the brain. The bilingualists’ brainstem responses were heightened.

Prof Nina Kraus, who led the research, said: “The bilingual’s enhanced experience with sound results in an auditory system that is highly efficient, flexible and focused in its automatic sound processing, especially in challenging or novel listening conditions.”

Co-author Viorica Marian said: “People do crossword puzzles and other activities to keep their minds sharp. But the advantages we’ve discovered in dual language speakers come automatically simply from knowing and using two languages.

“It seems that the benefits of bilingualism are particularly powerful and broad, and include attention, inhibition and encoding of sound.”

Musicians appear to gain a similar benefit when rehearsing, say the researchers.

Past research has also suggested that being bilingual might help ward off dementia.

Come parlerà la Rete?

aprile 28th, 2012 | abbey

Tratto dal lastampa.it

 

Che lingua parla il web?
Inglese, ma ancora per poco. Secondo una ricerca diffusa ieri dal colosso delle traduzioni on line «Smartling» alla fine del 2011 il 27% dei contenuti che si trovavano su Internet era scritto in inglese e il 24% in cinese. Ma il Dragone ha messo il turbo anche nel campo del digitale e in meno di due anni il cinese diventerà la lingua più diffusa in rete. Un traguardo difficile da pronosticare: dieci anni fa era sotto il 9%.

E le altre lingue?
Al terzo posto c’è il giapponese, in netto calo, poi lo spagnolo e il tedesco. Solo il 3% dei contenuti è scritto in arabo. L’Italia è all’ultimo posto tra i Paesi del G8, con il 2%.

Quanto è diffuso Internet?
Secondo un rapporto curato dall’Onu almeno 2 miliardi di persone usano il web. Negli ultimi dodici anni il numero di utenti è esploso: nei primi mesi del 2000 erano solo 250 milioni. I siti più cliccati sono Google, Facebook, Yahoo e Youtube.

Come si spiega il boom cinese?
I cinesi sono sempre più affamati di tecnologia. A gennaio Apple è stata costretta a sospendere le vendite dell’ultimo modello di iPhone per evitare problemi di ordine pubblico. Secondo i dati del «China Internet Network Information Center» la Cina ha superato la cifra record di 500 milioni di connessioni: lo scorso anno l’incremento è stato del 12%. Da segnalare il boom degli accessi da dispositivi mobili e dalle aree rurali, che hanno registrato rispettivamente un balzo del 17,5% e dell’8,9%.

Quali sono i siti più visitati in Cina?
In testa alla classifica c’è Baidu, il Google cinese, un motore di ricerca utilizzato da oltre 400 milioni di utenti. Fondato nel 2000, nel 2007 ha raggiunto un traguardo storico: è stato il primo gruppo cinese ad essere incluso nell’indice Nasdaq.

E i social network?
Il più in voga è Weibo, servizio di microblogging del portale Sina.com, molto simile a Twitter. Dal mese scorso, però, i controlli si sono fatti più stringenti e i cybernauti sono costretti ad autenticarsi con nome e documento di identità. Ma ogni tanto anche la censura si allenta. Ieri, in alcune aree del Paese, è stato accessibile anche Facebook, che potrebbe sfruttare l’acquisizione di Instagram – già disponibile in cinese – per superare le barriere imposte dal governo.

Nell’ultimo rapporto sulla rete “Reporters Senza Frontiere” parla di “emergenza Cina”: perché?
La rete, grazie alla sua libertà, è il luogo privilegiato per attivisti e dissidenti, e il governo ha stretto la morsa. Nel tentativo di combattere le «voci» che si diffondono su Internet, Pechino il mese scorso ha chiuso 42 siti. L’allarme sulla cyber-repressione è stato lanciato anche dal co-fondatore di Google Sergey Brin: «Ci sono forze molto potenti – ha detto in un’intervista al Guardian – che si sono schierate contro Internet, su tutti i fronti e in tutto il mondo».

Qual è la lingua perfetta per il web?
Secondo l’Economist le lingue più brevi e incisive sono il cinese e l’arabo che, rispetto all’inglese, risparmiano rispettivamente il 69% e il 14% di spazio per scrivere lo stesso testo. Sul web utilizzare poco spazio è fondamentale, soprattutto sui social network come Twitter, che accetta messaggi lunghi al massimo 140 caratteri. Twitter, scrive l’Economist, sta diventando importante anche per salvare le lingue in via di estinzione: molte persone che parlano basco o gaelico utilizzano il web per comunicare e tra le centinaia di migliaia di profili attivi c’è n’è uno che «twitta» in kamilaroi, una particolare lingua degli aborigeni australiani che oggi viene parlata solo da tre persone.

Davvero il web sta modificando la lingua?
Sì, soprattutto nei Paesi anglosassoni. Waterstone’s, la maggiore catena di librerie del Regno Unito, ha deciso di abolire il genitivo sassone dalle sue insegne, rinunciando all’apostrofo e diventando Waterstones. La scelta è stata così motivata: la parola è più semplice da trovare sui motori di ricerca.

Come si fa a risparmiare spazio?
La maggior parte degli utenti si affida agli emoticons, simboli grafici che raffigurano le espressioni facciali. Molto usati tra gli adolescenti, da qualche anno sono entrati anche nel lessico comune.

Si può tradurre una pagina web?
Sì. Il servizio più utilizzato, nonostante presenti ancora molte limitazioni, si chiama Google Translate e permette di tradurre qualsiasi sito internet. Translate si basa su un algoritmo sviluppato dagli ingegneri di Mountain View, che lo aggiornano continuamente, ed è completamente gratuito.

Le cinquanta parole vietate ai minori nelle scuole Usa del politically correct

marzo 27th, 2012 | abbey

Tratto da Repubblica.it

Decine di vocaboli proibiti nei test scolastici dal dipartimento dell’Istruzione dello Stato di New York per non ‘offendere’ determinati settori della società. Così non si possono citare i dinosauri per non far infuriare i creazionisti, né la musica rap perché volgaredal nostro inviato ANGELO AQUARO

Le cinquanta parole vietate ai minori nelle scuole Usa del politically correct

NEW YORK - Vietata la parola “dinosauro”, che pure ai bambini piaceva tanto dai tempi dei cartoon degli Antenati. Il vecchio “Dino” rimanda all’idea di evoluzione, parlare di evoluzione fa infuriare i creazionisti e quindi non si può, tantopiù adesso che uno di loro, Rick Santorum, punta alla Casa Bianca. Vietata anche la parola “dancing”: troppo sexy e licenziosa, meglio non fare balenare per la testa certe idee. E vietata perfino quella parola terribile, “compleanno”: i Testimoni di Geova non lo festeggiano, vorrete mica urtare la sensibilità di qualche piccolo devoto.

Benvenuti nella classe più politicamente corretta del mondo: dove la preoccupazione di non offendere nessuno sfiora, anzi decisamente sfora, i confini del ridicolo. Anche perché qui siamo a New York e le direttive sui nuovi test rischiano di gettare ulteriore discredito su una struttura scolastica già sconvolta dall’impreparazione degli insegnanti e dalle polemiche sul licenziamento.

La lista delle parole bandite è l’ultima follia. Anche perché – si chiedono gli esperti – se togliamo di mezzo le parole più controverse come faremo a testare la capacità d’apprendimento dei nostri ragazzi? Non si può usare la parola “povertà” perché rischia di mettere in imbarazzo l’alunno che si ritrova il papà disoccupato: condizione purtroppo comune all’8,3 per cento degli americani.

Non si può usare la parola “divorzio” perché i piccini potrebbero rivivere uno shock famigliare. Non si può usare tantomeno la parola “schiavitù” perché rischia di urtare la sensibilità dei piccoli afro-americani. E non c’è posto neppure per il povero ET: la parola “extraterrestre” turberebbe la fantasia dei più sensibili. Cose, appunto, dell’altro mondo.

Eppure le direttive sono nero su bianco nella lettera che il dipartimento per l’Istruzione ha spedito agli editori dei test svolti diverse volte all’anno per valutare i progressi (e i regressi) dei giovanissimi studenti delle elementari: in inglese, matematica, scienze e studi sociali. Il motivo? Quelli del dipartimento per la verità frenano: “Questo è il tipo di linguaggio standard che viene usato dagli editori da diversi anni per permettere ai nostri ragazzi di completare il test senza distrazioni”. Distrazioni? Secondo il New York Post, che ha sollevato il caso, con ben cinquanta parole bandite la lista della Grande Mela è però lunga più del doppio di quelle usate negli altri stati.

Per carità: che il politicamente corretto sia diventato un’ossessione di questa civiltà basata su un’incredibile miscuglio di etnie e culture non è certo cosa nuova. Proprio qui – e proprio negli anni Settanta delle lotte per i diritti civili – è nata l’espressione “politically correct”. Che negli anni Novanta sempre qui ha poi dato origine a quell’opposto estremismo che va sotto il nome di “politicamente scorretto”. Da allora la guerra culturale tra destra e sinistra ha invaso il mondo.

E anche da noi, si sa, gli spazzini sono diventati operatori ecologici e i ciechi, che pure inalberano una benemerita Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti, dopo diventati appunto non vedenti. Ma perché adesso devono essere i bambini a pagare per l’imbarazzo linguistico dei grandi?

Nei test non si può citare la musica rap perché volgare. Non si possono citare neppure le parole “videogame” e “televisione”: non fanno rima con educazione. Ma togliendo ai ragazzi la possibilità di discutere di ciò che conoscono meglio non è controproducente? Sostiene Deanna Kuhn del Collegio degli Insegnanti della Columbia University: “Se lo scopo dei test è stabilire le capacità di organizzazione del pensiero, allora proprio i termini più controversi, cioè quelli presenti nel dibattito pubblico, sono esattamente quelli su cui gli studenti dovrebbero misurarsi”.

Ma that’s America: con tutte le sue contraddizioni. “Perché questo è solo l’ultimo esempio di una causa di sinistra che finisce per avere implicazioni di destra” dice a Repubblica Thaddeus Russell, autore di quella A Renegade History of the United States che ha reincendiato il dibattito sul politicamente corretto. “Se ai ragazzi si impedisce di discutere di temi così importanti come povertà, evoluzione, religione e divorzio, allora non saranno mai capaci di pensare in maniera differente dello status quo”. Restando, insomma, tanti piccoli dinosauri: se solo potessero confrontarsi con quella parola vietata ai minori.

Arriva Free Speech Debate Liberi di parlare, tra mondi diversi

marzo 7th, 2012 | abbey

Tratto da repubblica.it

Progetto dell’Università di Oxford coordinato dallo storico Garton Ash per aprire un canale di comunicazione multilingue e multimediale su ogni tipo di argomento. Riflettendo sul senso della libertà d’espressione nei vari luoghi del mondo.

Grazie a internet e alla telefonia mobile abbiamo raggiunto quattro milioni di “vicini” con cui ogni giorno e in qualsiasi momento possiamo parlare liberamente di qualsiasi argomento, grazie a piattaforme e apparecchi sempre più sofisticati. Ma cosa significa “discussione libera” laddove esiste la diffusione d’odio, la pedofilia, il razzismo? E come si declina il concetto di libera espressione del pensiero nelle varie lingue del mondo e a diverse latitudini, in culture e codici tra loro estranei – a Nord, a Sud, a Est come a Ovest? Il progetto Free Speech Debate 1 della Oxford University, coordinato dallo storico Timothy Garton Ash, si offre come la piattaforma della “discussione sulla discussione”, esperimento innovativo di canale aperto (seppur moderato da un team dell’università), multimediale, interattivo e soprattutto accessibile in 13 lingue – quelle che, secondo gli studi, coprono l’80% delle lingue parlate dagli utenti di Internet nel mondo.

La pagina web di questo particolare social network si apre con l’enunciazione di dieci principi – allargabili ai suggerimenti degli utenti – riassumibili nei diritti della libera espressione: poter ricevere e condividere idee, a prescindere dai confini territoriali; difendere la libertà del web dalle intromissioni del potere, anche se imposte in nome della “sicurezza nazionale, moralità o ordine pubblico”; poter discutere di qualsiasi argomento, in modo aperto, senza tabù e sapendo che ciò può implicare una limitazione della propria privacy. Con l’attenzione a non generare o subire minacce di violenza, e consapevoli che lo sharing di un contenuto non implica la condivisione del suo senso. Decalogo aperto, anch’esso, al contributo e alla critica degli utenti.

I contenuti su cui viene lanciata la discussione iniziale sono creati dal team di ricercatori che lavorano con Garton Ash al progetto, e nei vari spazi di dialogo troviamo interviste e interventi – scritti, audio o video – a personalità di varia provenienza, fede, specializzazione. Dalla scrittrice indiana Arundhati Roy che parla di media e sicurezza nazionale in India, al clerico iraniano Mohsen Kadivar sulla criminalizzazione degli insulti alla religione nelle società islamiche; dall’accademico cinese Yan Xuetong all’ex presidente della Formula Uno Max Mosley, più molti “casi di studio” – temi su cui la discussione può espandersi. Dal citizen journalism vs mainstream media, alla censura dei social media in Cina, alla persecuzione dell’omosessualità e della blasfemia, alle limitazioni alla libertà di parola in società fortemente nazionalistiche.

“Proprio perché crediamo nella promessa universalistica dell’Illuminismo – si legge nell’introduzione del progetto – è arrivato il momento di lavorare a un universalismo più universale. Un modo per arrivarci è portare avanti principi che riteniamo si applichino agli uomini e alle donne, ovunque si trovino, qualunque sia la loro nazionalità, religione e patrimonio culturale – e poi aprirli a revisioni, sfide e alternative”.

Il filo conduttore è la declinazione della libertà – e il racconto di questi punti di vista – in culture e civiltà solitamente non considerate dai radar delle news analysis e men che meno dei social media che ci sono più familiari in Occidente. Uno strumento davvero innovativo offerto da Free Speech è il codice usato per permettere l’accesso multilingue alla piattaforma 2: se infatti gran parte dei contenuti sono tradotti in diverse lingue dagli studenti dell’Università di Oxford madrelingua, i contributi successivi possono venire postati in lingua e caratteri originali. Tra le lingue previste: il russo, il cinese, l’urdu, l’arabo, il turco, il giapponese, l’hindi, il farsi. Manca l’italiano: un auspicio, forse, verso una nuova generazione di italiani “dialoganti” perfettamente bilingue.

Lingue a rischio estinzione Arrivano i “dizionari parlanti”

febbraio 18th, 2012 | abbey

Tratto dal sito Repubblica.it

Parole pronunciate dagli ultimi membri di comunità remote, trascritte e documentate con file audio per preservare idiomi quasi ignoti, che rischiano di scomparire, col loro bagaglio di cultura e tradizioni. Otto nuove raccolte presentate dal progetto Enduring Voices del National Geographicdi ALESSIA MANFREDI

Lingue a rischio estinzione Arrivano i "dizionari parlanti"

IN quanti modi si può dire “casa”, “sonno”, descrivere l’estate o la neve? Sono quasi settemila le lingue parlate oggi sulla Terra, metà delle quali potrebbe sparire entro la fine del secolo. Con loro, se ne andrebbe un patrimonio di conoscenza ricchissimo, in grado di aprire le porte di mondi remoti, con le loro tradizioni e culture.

In soccorso arriva ora la tecnologia digitale con i “dizionari parlanti”, per documentare parole e termini che stanno sparendo, parlati ormai solo da piccole comunità. Otto nuovi vocabolari “sonori” sono stati presentati al meeting annuale dell’American association for the advancement of sciences, la più grande kermesse scientifica che quest’anno viene ospitata a Vancouver, in Canada. E dedica un focus speciale all’uso del digitale per salvare le lingue. Alcune di queste raccolte rappresentano le prime testimonianze – scritte e parlate – di una lingua.

Sullo strumento scommettono David Harrison e Gregory Anderson, linguisti del progetto ‘Enduring Voices1‘ curato da National Geographic. Si sono spinti fino agli angoli più appartati della Terra, visitando i luoghi più a rischio in cerca degli ultimi custodi di idiomi quasi spariti. Hanno registrato, fotografato, raccolto documenti per compilare i loro dizionari. E la loro tenacia ha fatto la differenza: nel 2010 hanno annunciato di aver registrato i primi documenti del Koro, una lingua in pericolo parlata ormai solo da poche centinaia di persone nell’India nordorientale.

Oggi al Koro si aggiungono altre otto lingue salvate dall’oblio: otto dizionari consultabili online per un totale di 32mila termini, oltre 24mila registrazioni audio di madrelingua che pronunciano parole e frasi, oltre a fotografie e oggetti culturali. In fondo “è uno degli aspetti positivi della globalizzazione”, spiega Harrison, professore di linguistica al Swarthmore college: “le comunità linguistiche in pericolo stanno adottando la tecnologia digitale per aiutarne la sopravvivenza e far sì che la loro voce venga udita nel mondo”. E per scongiurare che in un futuro non remoto le uniche culture rimaste siano quelle espresse dalle lingue predominanti.

Il primo degli otto dizionari, prodotti dal progetto di National Geographic e dal Living Tongues Institute for Endangered Languages, con l’appoggio di altri istituti e comunità, documenta la lingua Siletz Dee-ni 2, idioma nativo americano parlato in Oregon. Segue il Matukar Panau 3, parlato in Papua Nuova Guinea ormai solo da 600 persone, racchiuse in due soli villaggi: tre anni fa ne vennero raccolte le prime testimonianze e da allora la comunità ha chiesto che la lingua fosse messa su Internet, senza neppure sapere cosa fosse la Rete.

Oltre al Matukar, un altro dizionario parlante svela il Chamacoco 4, un linguaggio di un remoto deserto del Paraguay, parlato da 1.200 persone, di cui sono state trascritte 912 parole e altrettanti file audio. Un altro “volume” è dedicato al Remo5lingua indiana di cui si sa molto poco. Anche il Sora 6, linguaggio tribale indiano a forte rischio di estinzione, è documentato nel progetto con 453 lemmi e altrettanti file audio, ma la raccolta è in continua espansione. Per l’Ho 7, altra lingua tribale indiana, al momento ci sono circa 3mila termini e file audio mentre il dizionario del Tuvan 8, parlato in Siberia e Mongolia, ne conta oltre 7.400, con quasi 3mila audio. L’ottavo dizionario è per le lingue celtiche e ne seguiranno altri, ancora in via di compilazione.

Non sono solo parole e grammatica a perdersi quando muore una lingua, ma una rete di storie che mettono in contatto tutte le persone che usano ed hanno usato in passato quella lingua, ricordava il linguista Anthony Aristar. Ed è un processo che ha subito una drammatica accelerazione negli ultimi anni: si calcola che ogni 15 giorni ne scompaia una, un ritmo d’estinzione superiore a quello di uccelli, mammiferi e piante.

Pecorino a luci rosse, la gaffe del bando

febbraio 18th, 2012 | abbey

Tratto dal sito Repubblica.it

Il titolo di una ricerca dell’Università di Firenze, “Dalla pecora al pecorino”, viene tradotto in “From sheep to Doggy Style”, espressione dal significato totalmente diverso

Pecorino a luci rosse, la gaffe del bando

Gaffe linguistica nel bando della facoltà di Scienze agrarie di Firenze. Più che la poca dimestichezza con l’inglese di qualche funzionario sembra da chiamare in causa lo scherzo di un traduttore automatico, che ha prodotto un errore dall’effetto ridicolo. Il titolo della ricerca: “Dalla pecora al pecorino”- tracciabilità e rintracciabilità di filiera nel settore lattiero caseario toscano, è stato tradotto con “From sheep to Doggy Style” – traceability of milk chain in Tuscany.

Il professore fiorentino: “Colpa mia”

Doggy Style in inglese non significa pecorino, termine che non dovrebbe essere tradotto o che comunque può essere indicato con un generico cheese, ma pecorina, parola dal significato molto diverso e assai più scabroso. Il bando è pubblicato sul sito del ministero dell’Università, con il suo errore piuttosto imbarazzante. A chi conosce un po’ di inglese non può sfuggire la traduzione inappropriata. Tanto più che il bando è stato pubblicato anche sul sito della Commissione europea, per poi essere rimosso in giornata dopo la segnalazione dell’errata traduzione.

Il Ministero, sul suo sito Internet, si scusa con i lettori e gli utenti, anche se la

svista è stata dell’Università di Firenze. Dopo aver corretto lo strafalcione sul bando nella home page l’autodenuncia in un articolo dal titolo “Le sviste di un “infallibile” ministero”.
“Cari amici della rete, ultimamente – si legge – vi abbiamo intrattenuto con alcuni errori involontariamente comici, tra i quali: il portale ‘Scuola in chiaro’ che includeva fra i comuni italiani alcune località, tra cui Caporetto, che non lo sono più da decenni; da ultimo – per ora – una traduzione maccheronica dall’italiano all’inglese, dagli effetti esilaranti, di un bando di ricerca relativo al formaggio pecorino”.
Ma si invocano le attenuanti. “Non potete nemmeno immaginarvi quanto sia grande ed estesa la struttura amministrativa del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Sono – assicura nella nota on line – grandi numeri: oltre 10 mila scuole, quasi 1 milione di insegnanti, circa 8 milioni di studenti, migliaia di dirigenti, centinaia di migliaia di personale non docente e amministrativo, uffici distribuiti su tutto il territorio nazionale. Senza contare gli atenei, i professori universitari, gli enti di ricerca, i ricercatori e, anche in questo caso, tutto il personale delle amministrazioni. Non sbagliare mai è quasi impossibile. Per questo – scrive il ministero rivolgendosi agli internauti – vi ringraziamo dell’attenzione e dell’affetto con il quale quotidianamente leggete e scrutinate le migliaia di pagine e documenti pubblicati da questa amministrazione. Grazie alle vostre segnalazioni siamo venuti a conoscenza anche noi di errori, alcuni dei quali decisamente surreali. Si tratta di un lavoro prezioso che ci aiuta a correggerci e a migliorare. Vi invitiamo a continuare a farlo e, se vorrete, l’ufficio stampa e il sito sono a disposizione per le vostre segnalazioni”.

Etudiants étrangers : des parrains contre une administration “kafkaïenne”

febbraio 2nd, 2012 | abbey

Tratto da LEMONDE.FR

Des parrains comme Axel Kahn, Isabelle Giordano ou Christine Lazerges, professeur de droit à Paris I.

Des parrains comme Axel KahnIsabelle Giordano ou Christine Lazerges, professeur de droit à Paris I.Delphine Roucaute

Pas de répit dans la guerre de patience qui oppose les étudiants étrangers au ministre de l’intérieur, Claude Guéant, et à sa circulaire du 31 mai 2011. Après plusieurs manifestations organisées par le Collectif du 31 mai et une première cérémonie de parrainage dans l’amphithéâtre de la Sorbonne, dix nouveaux étudiants étrangers ont reçu un parrain ou une marraine prêt à défendre leur cause auprès de l’administration française.

Rendez-vous cette fois dans l’amphithéâtre de l’Institut Henri-Poincaré, rue Pierre et Marie Curie. Tout un symbole : “avec la réglementation d’aujourd’hui, la Polonaise Marie Curie aurait-elle pu rester en France ?”, interroge l’un des organisateurs. Une provocation applaudie qui lance le ton de la cérémonie.

Parmi les parrains, on retrouve la journaliste Isabelle Giordano, l’actrice Carole Bouquet, des artistes et des chefs d’entreprise. Tous sont venus dénoncer une circulaire qu’ils jugent “absurde” et “immorale”“Une aberration économique”, d’après Marie-Laure Sauty de Chalon, PDG de aufeminin.com, un magazine féminin sur Internet.

AU PAYS DE KAFKA

Ils sont Marocains, Chinois ou Camerounais, et ont tous en commun un parcours d’études réussi au sein des meilleures écoles françaises. Mais depuis maintenant huit mois, leur quotidien se résume à une longue attente. Entre une préfecture qui fait traîner leur dossier et une recherche d’emploi qui ne peut pas aboutir, c’est une véritable guerre de tranchée qui s’organise. Mais c’est bien évidemment les étudiants étrangers qui risquent de manquer le plus vite de munitions. A l’image de Karima Banana, jeune Marocaine qui, n’étant plus étudiante, ne peut plus recevoirde virement de ses parents, et vit désormais sur ses économies et grâce au soutien financier de quelques amis.

 

Axel Kahn a tout de suite accepté de devenir le parrain de Karima, jeune informaticienne originaire de Casablanca.

Axel Kahn a tout de suite accepté de devenir le parrain de Karima, jeune informaticienne originaire de Casablanca.Delphine Roucaute

 

Pourtant, aux côtés de son parrain, le généticien Axel Kahn, elle affiche un grandsourire“Bien sûr, il y a eu des hauts et des bas, mais se faire parrainer, ça redonne le moral. Je sauterai tous les murs que l’administration dressera devant moi”, déclare-t-elle. Avant même d’obtenir son diplôme en monétique et sécurité informatique à l’ENSI de Caen, cette informaticienne très spécialisée a signé un contrat d’embauche avec une entreprise française.

Après avoir déposé son dossier en août et avoir été déboutée par la préfecture de Paris en novembre, elle espérait pouvoir faire réexaminer son cas grâce à la circulaire complémentaire de janvier. Mais voilà, la préfecture attend les directives du ministère qui, de son côté, ne veut pas traiter l’affaire puisque c’est à la préfecture de s’en occuper.

“Si Kafka connaissait Karima, il devrait rajouter quelques chapitres à son œuvre”, lance Axel Kahn, qui dénonce “une mesure incohérente, kafkaïenne et immorale”.Pour lui, Claude Guéant est semblable à ce capitaine de navire du film de Robert Hamer, Noblesse oblige, qui ordonne “à bâbord toute”, en direction du quai, et sombre dignement, la main devant sa casquette. Car “tandis qu’on essaye d’expulser des cerveaux brillants de la France, des recruteurs américains et qataris viennent déjà en Seine-Saint-Denis pour leur proposer des emplois”.

DES PRÉFECTURES EN MANQUE D’INSTRUCTIONS

Pourtant, depuis la dernière cérémonie de parrainage, une circulaire complémentaire a été signée, le 12 janvier. Une première victoire pour les étudiants étrangers puisque le passage du statut d’étudiant à celui de salarié est censé êtreaccueilli plus favorablement et qu’aucune expulsion n’est prévue dans les prochains mois. Mais en conséquence, la confusion la plus totale règne aujourd’hui au sein des préfectures. Sans directives, elles sont contraintes d’organiser des“réunions d’interprétation” pour définir une feuille de route.

 

Zineb a déjà trouvé un employeur depuis six mois. Pourtant elle ne peut pas travailler car la préfecture fait traîner son dossier.

Zineb a déjà trouvé un employeur depuis six mois. Pourtant elle ne peut pas travailler car la préfecture fait traîner son dossier.Delphine Roucaute

 

Zineb est membre du Collectif du 31 mai. Depuis l’obtention de son diplôme de l’Ecole des mines de Saint-Etienne, elle est attendue de pied ferme par le cabinet Deloitte. Il y a trois semaines, la cinéaste Caroline Huppert est devenue sa marraine. “Elle est adorable, elle vient avec moi à la préfecture. Je dis que je suis avec elle, ça fait son petit effet”, s’amuse Zineb. Malgré tout, rien de nouveau dans l’avancée de son dossier.

Près d’un millier d’étudiants sont en contact avec le Collectif du 31 mai depuis l’arrivée de la circulaire. Parmi eux, 300 ont déjà été régularisés. Les dossiers se règlent au cas par cas. Parfois, une lettre d’Axel Kahn suffit à débloquer la situation.“Cela montre bien le caractère totalement arbitraire de cette mesure”, ironise-t-il.

Delphine Roucaute

Embarrassing ‘SHCOOL’ sign replaced in NYC

gennaio 25th, 2012 | abbey

A misspelled school crossing sign is torn out of the pavement, Tuesday, Jan. 24 2012 on the Lower East Side neighborhood of New York. (AP Photo/Mary Altaffer)

Mary Altaffer – A misspelled school crossing sign is torn out of the pavement, Tuesday, Jan. 24 2012 on the Lower East Side neighborhood of New York. (AP Photo/Mary Altaffer)

 

NEW YORK (AP) — An embarrassing misspelling of “school” is gone from the street outside a New York City school building.

Utility workers used heavy machinery to ground up the wrongly placed “H” and “C” in the “SHCOOL X-NG” sign on Tuesday.

The correction was made a day after the New York Post reported the spelling error.

The words were created with industrial “textured tape” that permanently sticks to the asphalt.

Con Ed told the Post (http://nyp.st/A41ber ) that the blunder occurred when a contractor ripped up the street for utility work and replaced the existing markings.

It says the mistake outside the Lower East Side building that houses three schools had been there since July 2010.

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Information from: New York Post, http://www.nypost.com

L’anglais, une langue optimiste ?

gennaio 19th, 2012 | abbey

Tratto da lemonde.fr

L’étude de la langue n’est pas qu’affaire de littéraires. Elle peut aussi intéresser mathématiciens et physiciens dès lors qu’il s’agit d’en dévoiler, par une approche statistique, le génie secret, les vertus cachées mais mesurables. C’est ce que vient d’essayer une équipe américaine de l’université du Vermont en voulant répondre à la question suivante : les langages sont-ils neutres sur le plan émotionnel ou bien contiennent-ils un biais affectif, positif ou négatif ? En clair, la langue a-t-elle une tendance naturelle, quel que soit le sujet évoqué, à l’optimisme ou au pessimisme ? De quelle manière le communicant qui se cache derrière tout Homo narrativusstructure-t-il le contenu émotionnel de son récit (qu’il décrive une réalité ou une fiction) ou de ses dialogues, de sa prose ou de ses vers ?

Cette équipe vient de publier ses résultats, mercredi 11 janvier, dans la revue PLoS ONE et, s’ils ne concernent que la langue anglaise, ils n’en sont pas moins étonnants. Les auteurs ont étudié quatre corpus aussi abondants que divers, courant sur des périodes temporelles différentes et écrit sur ou pour des supports variés. Je les classe ici suivant le nombre de mots, du plus petit au plus grand. Les chercheurs ont ainsi analysé quelque 300 000 textes de chansons écrits entre 1960 et 2007 (représentant au total 59 millions de mots), 1,8 million d’articles du New York Timesparus entre le 1er janvier 1987 et le 30 juin 2007 (un peu plus d’1 milliard de mots), 821 millions de tweets (des messages très courts publiés à l’aide de l’outil Twitter) rédigés entre le 9 septembre 2008 et le 3 mars 2010 (9 milliards de mots) et 3,3 millions de livres numérisés par le projet Google Books, couvrant une période allant de 1520 à 2008 (361 milliards de mots). Pour chaque corpus, les 5 000 mots les plus fréquents ont été extraits, soit un total de 10 222 mots différents une fois que l’on a retiré les doublons entre échantillons.

Il a fallu ensuite, et c’est sans doute là la partie la plus sensible de l’étude, attribuer une valeur de 1 à 9 à chacun de ces dix milliers de mots, 1 signifiant une connotation lugubre, 9 une connotation très joyeuse et 5 un mot neutre. Typiquement, les deux extrêmes ont été les mots “terroriste” (1,3) et “rire” (8,5). Si l’on obtient des valeurs fractionnaires, c’est parce que chaque mot a été évalué par 50 personnes différentes. Au total, plus d’un demi-million de notes ont donc été attribuées. Pour cette tâche pénible, les chercheurs ont eu recours à Amazon Mechanical Turk, qui propose sur Internet les services d’une main d’œuvre bon marché pour effectuer des tâches fastidieuses dont les machines sont incapables ou qu’elles font mal (par exemple identifier des personnes ou des objets dans une vidéo ou bien retranscrire une bande son). Comme les travailleurs de l’ombre d’Amazon Mechanical Turk sont payés des queues de cerise, les auteurs de l’étude ont, pour s’assurer que la mission confiée était accomplie de manière sérieuse, comparé leurs évaluations avec celles faites, sur un millier de mots, par des étudiants américains dans une étude de 1999. Le taux de correspondance était excellent.

Une fois tout ce dispositif mis en place, il ne restait plus qu’à sortir le résultat de chaque corpus. On pouvait s’attendre à de grosses disparités et notamment à ce qu’un journal international comme le New York Times, habitué à couvrir conflits, crises, catastrophes, scandales et faits divers, fasse figure de triste sire dans le panel. Il n’en a rien été. Tous les corpus ont fait preuve d’un indécrottable optimiste comme le montrent les quatre courbes ci-dessous, dont les parties jaunes signalent les mots à connotation positive :

Le corpus dont la joie est la plus mesurée s’avère celui des paroles de chansons (seulement 64,14 % de mots positifs et beaucoup moins que ça dans cet extrait célébrissime : “Eleanor Rigby, died in the church / And was buried along with her name. / Nobody came. / Father McKenzie, wiping the dirt / From his hands as he walks from the grave / No one was saved.”) tandis que le plus joyeux est celui de Google Books (78,8 %), juste devant le New York Times (78,38 %), malgré deux guerres du Golfe, une en Afghanistan, un 11-Septembre, un ouragan Katrina, etc. Pour les auteurs de l’étude, ce biais positif plus que têtu montre que, au moins en anglais, la langue, en tant que constructrice de liens entre les personnes, ne peut s’empêcher de montrer un côté positif même quand les messages sont porteurs de mauvaises nouvelles. Un peu comme si le langage imposait aux hommes, qui croient en disposer à leur guise comme d’un outil neutre, une inoxydable quête du bonheur. Reste à déterminer, conclut l’article de PLoS ONE, si cette caractéristique est valable dans d’autres langues, si le caractère positif varie en fonction des époques, de l’organisation de la société, de l’état de santé de la population, des goûts culturels en vogue ou des structures politiques.

Pierre Barthélémy

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